5 mag 2011
I giardini di Rosarno
Relazione finale del seminario su politiche inclusive ed integrazione tenutosi a Rosarno il 28 aprile 2011 a cura di Angela Scalzo, responsabile del Dipartimento Nazionale Politiche Migratorie della UIL
Con questo piccolo progetto di sensibilizzazione a favore dell’inclusione lavorativa e sociale dei migranti, denominato, appunto, I giardini di Rosarno noi abbiamo cercato di porre in evidenza le problematiche dell’area, che trovano molte similitudini in altri territori agricoli, del Sud in particolare, della nostra penisola più in generale, ed il rapporto fra autoctoni ed immigrati, con l’intento di promuovere un dialogo interculturale, utile a ristabilire quell’equilibrio socio-lavorativo turbato a gennaio di un anno fa.
Si era assistito a lavoratori immigrati che si erano ribellati al caporalato ed alle inumane condizioni di vita cui erano relegati, ma alla fine scontrarsi anche con una parte della popolazione cittadina, un’assenza di dialogo e comprensione tra le parti imputabile al dumping sociale ma anche ai problemi di cui soffre l’agricoltura meridionale.
Una realtà complessa, dunque, quella calabrese che, alle forti contraddizioni emerse prepotentemente negli scontri fra immigrati ed autoctoni di Rosarno, affianca delle eccellenti accoglienze territoriali di cittadini stranieri e richiedenti asilo come dimostrano la città di Riace, Badolato, Caulonia e Soverato.
Potenzialità che la UIL, da sempre sensibile ai temi dell’immigrazione e dell’inserimento qualificato nel mondo del lavoro, ha voluto perseguire e continuerà a farlo, anche all’indomani del progetto, proponendo una serie di azioni atte ad abbattere quel mondo di stereotipi e pregiudizi discriminanti nei confronti dei cittadini stranieri e promuovendo una cultura della legalità nel mondo del lavoro regionale, nei settori di inserimento dei lavoratori stranieri, ed in quello agricolo in particolare.
L’area scelta è stata quella di Rosarno, i cosiddetti “giardini”.
Sono stati coinvolti gli attori territoriali legati al nostro sindacato e non :
- UIL di Reggio Calabria
- la UILA (Unione Italiana Lavoratori Agroalimentari);
- i mass media (network e radio locali)
- gli attori istituzionali e del privato sociale operanti sul territorio.
I target cui il progetto è diretto sono stati :
- i piccoli proprietari terrieri (aziende Agro Alimentari, cooperative)
- i lavoratori stranieri,
- In generale la popolazione di Rosarno;
1. Lavoro
Rosarno, cinquemila famiglie, da moltissimi anni una economia incentrata sulla produzione agricola, in particolare oliveti ed agrumeti.
La proprietà della terra è distribuita tra circa di duemila famiglie, ciascuna delle quali possiede in media circa un ettaro; in pratica ogni famiglia un “giardino”, come si dice a Rosarno.
Non molti anni fa, esistevano oltre mille e seicento (1600) aziende agricole, quasi una a famiglia, che offrivano lavoro, in maniera abbastanza continuativa, a circa tremila braccianti di Rosarno.
Dagli anni Novanta , per otto anni, i contributi finanziari europei per l’agricoltura meridionale, venivano concessi in proporzione alla quantità di agrumi prodotta; questo faceva sì che per ogni ettaro il proprietario percepisse una sorta di rendita fondiaria annua, garantita dalla Comunità Europea, ammontante (secondo una ricerca della Regione Calabria) a circa ottomila euro per ettaro.
2. Braccianti
Mentre per i tremila braccianti censiti esiste la protezione previdenziale dell’Inps: basta lavorare cinquantuno giorni l’anno, cinque in caso di calamità naturali, per aver poi diritto ad un assegno di disoccupazione per l’intero arco di 12 mesi. Una parte dei braccianti, di conseguenza, preferisce percepire l’indennità di disoccupazione e svolgere altri lavori informalmente. Questo anche grazie al fatto che, negli agrumeti, a raccogliere le arance, è sufficiente il lavoro sottopagato dei migranti stranieri, quest’ultimi completamente adattabili in quanto ad a orari e condizioni di lavoro.
A queste condizioni gli agrumi di Rosarno erano in passato competitivi sul mercato delle derrate alimentari, data la stabilità del prezzo di vendita.
Venendo meno queste condizioni a fine anni ’90 e crollando il prezzo di vendita delle arance, si sono create le basi (certo non l’unica ragione) per un potenziale conflitto sociale tra cittadinanza e mano d’opera etnica.
A tutto ciò si aggiunge il fatto che per più di dieci anni la produzione dei “giardini” è costantemente cresciuta e con lei anche la città .
Quest’analisi ci ha portato a sondare le categorie interessate ossia: quelle a dei piccoli proprietari terrieri dell’area rosarnese e quelle dei lavoratori italiani e stranieri impiegati, includendo , in questo spaccato la popolazione locale .
Un quadro apparentemente esaustivo al quale va, però, aggiunto il ruolo dei media. Un ruolo che è stato determinante durante i fatti dello scorso anno e che lo è ancora di più oggi perché in grado di proiettare sull’opinione pubblica quel concetto di accoglienza e solidarietà che troppo spesso lascia spazio a stereotipi negativi, causa di rifiuti xenofobi.
Indagine quantitativa
Venendo alla nostra esigua indagine quantitativa, sono 30 le aziende agricole del rosarnese, di dimensione medio–piccola, prese a campione, con unità lavorative varianti tra i 15 e i 20 dipendenti.
I nostri testimoni privilegiati sono stati gli esponenti delle etnie (compresa quella italiana) in rappresentanza di 717 lavoratori tra cui: 46 provenienti dal continente africano, 287 dalla Bulgaria , 247 dall’Italia, 117 dalla Romania, 20 dall’Ucraina. Un dato quello dei lavoratori africani che risalta prepotentemente perché evidenzia, ancora, l’assenza di regolarità da parte di questi lavoratori, dovuta alle difficoltà di ottenere il permesso di lavoro nel nostro Paese e di conseguenza un lavoro in regola.
Non per ultimi i dati riferiti al sondaggio legato agli autoctoni, un centinaio di varia estrazione sociale, di diversa età e genere.
| NUMERO AZIENDE AGRO-ALIMENTARI
ROSARNESI |
DIPENDENTIAZIENDE
AGRO – ALIMENTARI |
LAVORATORIITALIANI | LAVORATORIROMENI | LAVORATORIBULGARI | LAVORATORIUCRAINI | LAVORATORIAFRICANI |
| 1 | 20 | 9 | 9 | 2 | ||
| 2 | 20 | 13 | 7 | |||
| 3 | 18 | 7 | 11 | |||
| 4 | 6 | 6 | ||||
| 5 | 39 | 5 | 2 | 32 | ||
| 6 | 15 | 9 | 6 | |||
| 7 | 26 | 17 | 7 | 2 | ||
| 8 | 168* | 34 | 8 | 118 | 4 | 4 |
| 9 | 25 | 19 | 6 | |||
| 10 | 10 | 7 | 3 | |||
| 11 | 7 | 3 | 1 | 3 | ||
| 12 | 32 | 13 | 10 | 9 | ||
| 13 | 30 | 9 | 10 | 9 | 2 | |
| 14 | 5 | 2 | 3 | |||
| 15 | 21 | 9 | 12 | |||
| 16 | 7 | 5 | 2 | |||
| 17 | 52* | 14 | 4 | 31 | 1 | 2 |
| 18 | 60* | 16 | 2 | 39 | 2 | 1 |
| 19 | 57* | 4 | 2 | 48 | 1 | 2 |
| 20 | 27 | 11 | 13 | 3 | ||
| 21 | 7 | 3 | 4 | |||
| 22 | 3 | 1 | 2 | |||
| 23 | 10 | 5 | 3 | 2 | ||
| 24 | 3 | 2 | 1 | |||
| 25 | 10 | 6 | 2 | 1 | 1 | |
| 26 | 7 | 4 | 2 | 1 | ||
| 27 | 7 | 3 | 2 | 2 | ||
| 28 | 11 | 6 | 5 | |||
| 29 | 9 | 2 | 5 | 2 | ||
| 30 | 5 | 3 | 2 | |||
| TOT. 30 | 717 | 247 | 117 | 287 | 20 | 46 |
Dalla somministrazione dei questionari, risultata molto difficile per i nostri “sindacalisti –ricercatori”, operanti nell’area di Reggio Calabria ed in particolare su quella Rosarnese, è emersa una “diffidenza” diffusa che accomuna tutti i nostri intervistati, siano essi datori di lavoro, lavoratori o cittadini autoctoni.
- I trenta proprietari, di aziende agro alimentari dell’area Rosarnese, sono nella maggioranza dei casi, sicuramente consapevoli della necessità dell’utilizzo della manodopera straniera, residente e non tramite decreto flussi, come risulta da circa il 90% degli intervistati. La manodopera straniera, da oltre l’ 80% dei datori di lavoro, è stata valutata positivamente in merito al rapporto instauratosi. La sfiducia, però, ed in molti casi il sospetto nei confronti di questi lavoratori stagionali, li porta ad utilizzare il rapporto datoriale, spesso in maniera strumentale (senza contratto o poco applicato). La sfiducia ed il sospetto sono legati genericamente all’incostanza di alcuni lavoratori stranieri che abbandonano il posto di lavoro in cerca di migliori condizioni, lasciando l’azienda scoperta di mano d’opera. Un dato, quest’ultimo, che si aggira, però, a poco più dell’4%. In alcune circostanze sono emerse una scarsa accettazione degli atteggiamenti di qualche lavoratore straniero, troppo lontano da modelli culturali autoctoni (20%). Pochi i casi di discriminazione dichiarata ma si evince , in riferimento alla domanda legata ai “Giudizi sulla questione immigrata”, da parte di una minoranza di datori di lavoro, pari al 10%, una superficialità di giudizio, unitamente ad una ignoranza di fondo delle problematiche legate all’immigrazione.
- I lavoratori stranieri, pari a 470 unità, se si escludono gli italiani, anche loro molto poco propensi ad essere intervistati, ma il loro atteggiamento penso sia più che condivisibile, hanno mostrato molta perplessità a rispondere alle domande del questionario, seppur anonimo. Per i regolari, che nel nostro caso rappresentano la maggioranza, è valsa la spiegazione che il lavoro, già precario, possa venire minato dalle loro eventuali dichiarazioni quali: la mancanza di un alloggio adeguato ( per il 60% degli intervistati), la mancanza di sicurezza nel posto di lavoro (per oltre il 55%), svolgere mansioni inadeguate alla sua qualifica (89%) . Per gli irregolari la paura di esporsi, dichiarando , ad esempio la pericolosità del lavoro svolto e l’essere sottopagato, unitamente all’ipotesi di eventuali denuncie dello loro stato di irregolarità. In sintesi, come hanno dichiarato i rappresentanti delle comunità, si tratta, per lo più di inserimento lavorativo precario solo in pochi casi regolamentato da contratti di lavoro. Volendo fare una differenziazione dell’impiego in agricoltura, legata alla nazionalità, diremo che l’inserimento meno precario si trova fra gli italiani (247) e quello più precario fra i lavoratori africani, provenienti soprattutto dall’Africa Sub Equatoriale (46). Facilmente intuibili le motivazioni!
- Paura dell’invasione, disoccupazione dilagante, incertezza dell’inserimento lavorativo dei giovani autoctoni, aumento della criminalità locale, disordini sociali, difficoltà per alcune etnie ad inserirsi nella società ospitante, sono le risposte maggioritarie legate al sondaggio rivolto ai cittadini: anziani, donne, uomini, giovani. Un centinaio di intervistati, esattamente 57 donne e 33 uomini che hanno evidenziato , a seconda di età e grado di istruzione (52% li ha definiti portatori di disagi; il 29% esige più rispetto per la nostra cultura; il 19% una relativa apertura), le paure non vissute ma fatte proprie e provenienti da una certa stampa e da alcuni media. Nello specifico , il 52% degli intervistati, appartenenti ad una fascia di età che va dai 40 – 60 anni, con un livello di istruzione medio – bassa, con una occupazione legata al bracciantato, hanno definito i lavoratori stranieri portatori di disagi, identificandoli come coloro che hanno “rubato “il posto d lavoro agli italiani. In agricoltura, dovendo scegliere tra un italiano e uno straniero, preferiscono quest’ultimo, perché accontenta di una paga inferiore ed è disposto a fare qualche ora in più senza essere retribuito . Tutto ciò crea disagi nella comunità locale, perché gli italiani sono costretti ad adeguarsi ai ritmi degli stranieri. Il 29% degli intervistati dai 20 ai 35 anni con un livello di istruzione più elevato, diplomati e/o laureati. Non sono d’accordo sulla paura che la cultura italiana possa venire stravolta, però secondo la maggior parte degli intervistati chi viene nel nostro paese deve rispettare i nostri e costumi, come noi facciamo quando andiamo in altro stato. Mentre il 19% dei nostri intervistati, di ambo i sessi, appartenenti ad una fascia di età tra i 62 ei 76 anni , si immedesimano negli immigrati avendo vissuto in prima persona l’emigrazione ed il disagio della mancanza di integrazione e degli atteggiamenti razzisti da parte della società ospitante. Un atteggiamento di relativa apertura, il loro, dovuto anche ai rapporti diretti colf e badanti.
Sostenere, però, che questi siano pregiudizi profondi presenti, nell’atteggiamento dei calabresi è sbagliato anche storicamente nel vissuto secolare della regione. Lo dimostrano oggi nella stessa Calabria la convivenza armoniosa di diverse etnie e minoranze per lingua o religione, basti pensare alla minoranza linguistica albanese ad esempio da sempre presente felicemente su tutto il territorio della Regione ed alla citata accoglienza di molti comuni e comuni non ultimo i 42 comuni della locride disposti ad ospitare i profughi provenienti dal nord Africa, giacenti a Lampedusa.
In questo senso va anche la recente legge regionale n.18 del 2009, la prima in Italia ad aver previsto un sistema integrato di accoglienza e di sostegno ad azioni indirizzate all’inserimento sociale e lavorativo di rifugiati e richiedenti asilo e di cittadini aventi protezione umanitaria o sussidiaria, attraverso interventi che valorizzino l’artigianato, le tradizioni locali, attraverso forme di commercio equo e solidale anche in forma cooperativistica.
In questo contesto il ruolo dei mass media ha difatti giocato un ruolo determinante, un compito che è possibile rendere positivo con la sensibilizzazione di una certa informazione , favorendo per tutti quell’etica promossa dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana con “la carta di Roma” . Incoraggiando la stampa ed i media locali che hanno dimostrato correttezza, puntualità e competenza in merito alla vicenda Rosarnese.
Importante è in conclusione il ruolo sul quale sta puntando il sindacato e le sue categorie, nei confronti degli immigrati presenti sul territorio calabrese, siano essi 66mila circa, come dice l’ISTAT, o 100mila come afferma la Caritas, importante è l’informazione data, agli oltre 22mila lavoratori immigrati presenti nella provincia Reggina, la tutela praticata, la partecipazione promossa affinché la discriminazione o anche la diffidenza lasci il posto all’accoglienza e alla solidarietà.
* Le aziende con il numero di dipendenti più elevato sono cooperative agricole



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